L’algoritmo / The algorithm

L’algoritmo / The algorithm

Chi mi conosce sa che sono una promotrice dell’uso delle scarpe con il tacco alto.

Mi piacciono tantissimo ed è una passione condivisa da molte donne, semplicemente perché noi ci sentiamo strafighe quando le indossiamo. Diventa una condizione irrinunciabile, una specie di algoritmo emotivo:

{[( +tacco + autostima ) = ( +autostima + amore per se stesse)]}

Attenzione però, ho imparato a mie spese, che questa condizione non si può applicare in ogni momento della nostra vita, è se ve lo dico io che posseggo anche le ciabatte da casa con il tacco, potete crederci. Ora vi racconto l’aneddoto che mise a serio rischio il mio algoritmo emotivo.

Londra, 31 dicembre 2005.

Era l’ultimo giorno dell’anno e mi trovavo a Londra con la mia amica Alessia. Avevamo deciso di festeggiare e chiudere in bellezza l’anno, regalandoci un viaggio in questa magica città. Il programma per quella serata era molto easy, in giro per le piazze fino al nuovo giorno, quindi avremmo camminato per tante ore e con una temperatura esterna pari a zero gradi.

Indossai un cappotto grigio lungo fino alle caviglie, sciarpa e cappello e mentre mi stavo infilando le mie magnifiche décolleté nero lucido, sentendomi già nell’ Olimpo delle strafighe, le grida di Alessia mi riportarono alla realtà:

«Criiiiiiii dai per favore! Stasera quel tipo di tacco non si può mettere. Dai su! Dobbiamo camminare a lungo, staremo sempre in piedi, non ce la farai a resistere e così rovinerai la serata a tutte e due. Mettiti delle scarpe comode, le sneakers che avevi oggi sono perfette.»

«Le sneakers? Ma fossi matta!! Per una serata speciale come questa, non posso mettere delle scarpe basse, io metto i tacchi e non voglio sentire storie. Non ti preoccupare non rovinerò la nostra serata, ormai sono talmente abituata che sarà come camminare con delle pantofole.»

«Va bene Cri, fai come ti pare ma ricordati, io non ritornerò con te in hotel a metà serata.»

Eh lo so…voi vi state già immaginando tre possibili finali del racconto:

A) Ho preso un taxi e sono rientrata in hotel prima della mezzanotte

B) Ho pagato una ragazza affinché mi vendesse le sue bellissime ciabattine infradito

C) Non ho avuto problemi ed i miei piedi sono rimasti illesi.

Invece no, nessuno di questi tre casi si verificò in quella notte del 31 dicembre del 2005, perché accadde un evento del tutto straordinario che divenne leggenda ( in sostanza mi misero un bollino come quello delle banane, con la dicitura “tu si na capatosta” ma preferisco che pensiate ad una leggenda ).

Quella notte ci fu l’involuzione della specie umana femminile delle strafighe :
( non me ne vogliate per favore! )

“Da donna moderna ( non la rivista ahimè ) a donna sapiens ( mica tanto )”

Conclusi la mia serata e ritornai in hotel con Alessia alle 6 del mattino, con le scarpe ai piedi ma…a quattro zampe!

💃🏻🚶🏻‍♀️🧎🏻‍♀️🐒

Da allora il mio algoritmo emotivo divenne il seguente:

{[( – tacco + salute ) = (+ salute + evoluzione)]}

Ma, solo quando sono in casa eh! 😜


Anyone who knows me knows that I am a promoter of the use of high-heeled shoes.

I love them and it’s a passion shared by many women, simply because we feel super cool when we wear them. It becomes an indispensable condition, a kind of emotional algorithm:

{[(+heel + self-esteem) = ( +self-esteem + self-love)]}

But be careful, I have learned the hard way, that this condition cannot be applied in every moment of our life and if I tell you I also own slippers with heels, you can believe it. Now I’ll tell you the anecdote that put my emotional algorithm at serious risk.

London, December 31, 2005.

It was the last day of the year and I was in London with my friend Alessia. We had decided to celebrate and end the year with a flourish by giving us a trip to this magical city. The program for that evening was very easy, around the squares until the new day, so we would have walked for many hours and with an outside temperature equal to zero degrees.

I wore an ankle-length gray coat, scarf and hat and while I was putting on my magnificent shiny black pumps and I was already in the Olympus of the super-cute, Alessia’s cries brought me back to reality:

«Criiiiiiii come on please! You can’t wear that kind of heel tonight. Come on then! We have to walk for a long time, we will always stand up, you will not be able to resist and thus you will ruin the evening for both of us. Put on comfortable shoes, the sneakers you wore today are perfect.»

«The sneakers? But I was crazy !! For a special evening like this, I can’t wear flat shoes, I wear heels and I don’t want to hear stories. Don’t worry, I won’t ruin our evening, I’m so used to it that it’ll be like walking in slippers.»

«Okay Cri, do as you please but remember, I’m not going back to the hotel with you in the middle of the evening.»

Oh I know… you are already imagining three possible endings of the story:

A) I took a taxi and returned to the hotel before midnight

B) I paid a girl to sell me her beautiful flip-flops

C) I had no problems and my feet were unharmed

But no, none of these three cases occurred on that night of December 31, 2005 because a completely extraordinary event happened that became a legend (in essence, they put me a sticker like that of bananas, with the words “tu si na capatosta” -an italian way to say stubborn- but I prefer you to think of a legend).

That night there was the involution of the female human species of the super-cute:

(please don’t want to!)

“From a modern woman (not the magazine alas) to a sapiens woman (not so much)”

I ended my evening and went back to the hotel with Alessia at 6 in the morning, with my shoes on but… on all fours!

💃🏻🚶🏻‍♀️🧎🏻‍♀️🐒

Since then my emotional algorithm became the following:

{[( -heel + health ) = ( +health + evolution)]}

But, only when I’m home huh! 😜

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