La fetta amara / The bitter slice

La fetta amara / The bitter slice

Mentre assaporo un mandarino, succoso e buonissimo, un senso di colpa si annida nel mio sentire.

“Sono qui avvolta nel caldo del mio casolare a mangiare un frutto e là fuori ci sono persone che una casa e del cibo, non ce li hanno più. Persone come me, senza colpe, ma nate e cresciute in un luogo meno fortunato. Penso al popolo Ucraino, ma anche ai Somali, agli Yemeniti, ai Siriani, ai Libanesi e ad alcune popolazioni africane, che vivono ancora in un regime di guerra. Persone che perdono la propria famiglia, a volte la stessa vita, mentre cercano la via della salvezza altrove. Oppure penso a quelli che restano; accampati nei bunker, nelle metropolitane, nei sotterranei in attesa che la sirena dell’allarme smetta di suonare. Buio, paura, sconforto, incertezza ed ancora paura… accompagnano quelle ore interminabili di coprifuoco, in cui nulla ha più un senso. La fetta del mio mandarino è all’improvviso amara… amara come le lacrime di quei bambini, che si devono separare dai loro genitori chiamati a combattere, amara come la cattiveria di coloro che per meri interessi personali o della Nazione, invocano la guerra. E il senso di colpa che provo, consiste nel credere di non poter far niente per fermare questo ingranaggio malato, che odora di odio e di morte. Invece è uno sbaglio… una cosa la posso fare: riflettere. Quando un altro essere umano viene miseramente colpito, anche io… no anzi tutti noi, lo siamo, in maniera indiretta. Allora possiamo fare qualcosa, nel nostro piccolo, per rendere il mondo in cui viviamo, un posto migliore. Ci basterebbe non restare indifferenti.”

Deglutisco a fatica questa fetta amara del mandarino, ma lo devo fare perché la consapevolezza di ciò che sta accadendo, è il primo passo contro questa ennesima assurda empietà.


Meanwhile, I taste a tangerine, juicy and delicious, a sense of guilt lurks in my feeling.

“I’m here wrapped in the warmth of my cottage, eating some fruit and, at the same time, there are people who no longer have a home and food out there. People like me, without blame, but born and raised in a less lucky place. I’m thinking about the Ukrainian people, but also of the Somalis, Yemenis, Syrians, Lebanese, and some African populations, who still live in a war regime. People who lose their family, sometimes the same life, while looking for a way to salvation elsewhere. Or I think about those who remain; camped in bunkers, subways, undergrounds waiting for the alarm siren to stop sounding. Darkness, fear, despair, uncertainty, and more fear… accompany those endless hours of the curfew, in which nothing makes sense anymore. The slice of my mandarin is suddenly bitter… bitter like tears of those children, who must separate from their parents called to fight, bitter like the wickedness of those who, for mere personal interests or the nation, call for war. And the sense of guilt I feel consists in believing that there is nothing I can do to stop this sick mechanism, which smells of hate and death. Instead, it is a mistake… I can do one thing: reflect. When another human being is miserably hit, I too… no indeed all of us, we are, indirectly. Then we can do something, in our small way, to make the world we live in a better place. It would be enough not to remain indifferent.”

I swallow this bitter slice of mandarin with difficulty, but I have to do it because the awareness of what is happening is the first step against this umpteenth absurd impiety.

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